LA STORIA
L’area agricola sulla quale sorge l’antico Casale, di possibile origine antica, ma d’impianto ottocentesco, del Bosco di Costacciaro, mediamente distesa attorno ai 500 metri d’altitudine, è abitata da tempo immemorabile. Le più remote origini del popolamento umano nella zona, infatti, risalgono, addirittura, alla Preistoria. Punte di lancia in selce scheggiata sono state, difatti, rinvenute casualmente, qua e là, alla superficie dei campi circonvicini, nel corso delle loro periodiche lavorazioni agricole. Scorie di fusione dell’Età del Bronzo, e successive, si rinvengono, poi, abbastanza facilmente, sui campi prossimi alle località La Garapella e La Badia.
Nulla sappiamo, invece, dell’insediamento umano in loco relativamente all’epoca romana, mentre molte, precise e circostanziate sono le notizie riferentisi all’Età di Mezzo, cioè al Medioevo. In tale periodo storico, infatti, il culmine di un’altura, con vista periscopica a 360°, quello dell’attuale Badia, fu scelto per edificarvi, concomitantemente, un castello ed un monastero benedettino, forse, in origine, abitato da monaci benedettini “neri” di Monte Cassino: quello di Sant’Andrea dell’Isola dei Figli di Manfredo. Fu, questo castello, il primo nucleo stabilmente abitato dell’attuale capoluogo di Costacciaro, ancor prima della sua fondazione, da parte degli Eugubini, avvenuta circa alla metà del Duecento. Nel XVI secolo, la Badia e le terre circostanti, quindi probabilmente anche Il Bosco, divennero un’ambita riserva di caccia della nobile famiglia eugubina degli Accoromboni.
L’antesignano degli studi storici della Badia di Costacciaro, il Dottor Geremia Luconi di Sigillo, attribuì al castello ed all’abbazia stessa di Sant’Andrea de Insula Filiorum Manfredi un’origine tanto antica da rimontare, almeno, al X secolo. La maggioranza degli studiosi, tuttavia, concorda, oggi, a non retrodatare, prudenzialmente, l’epoca di fondazione del castello e dell’abbadia oltre il secolo XII. A questa tesi storica condivisa fa eccezione una ricercatrice, l’insegnante Fabiana Buccianti di Nocera Umbra, la quale riporta una notizia documentaria molto circostanziata, secondo la quale “Il Castello dell’Isola fu edificato nella prima metà del secolo XI da Ridolfo, Guglielmo, Opizzo e Sinibaldo. Isola fu denominata dai figli di Manfredo. Essi vi fondarono, poi, un Monastero Benedettino dedicato a S. Andrea”.
Il monastero benedettino avellanita di Sant’Andrea dell’Isola possedeva molte pertinenze fondiarie che giungevano, almeno, sino al Torrente Scirca, cioè al confine con Sigillo (ma anche molto oltre, fino, ad esempio, a Gualdo Tadino) e, fra queste, sicuramente anche Il Bosco, La Garapella, Coltarduccio, Fracassìno, Col di Massa, Pian d’Isola, La Ripa del Romano, La Balza de San Leo, ecc. Col di Massa e Pian d’Isola erano, invece, beni fondiari di più diretta ed immediata dipendenza della Badia, come dice il toponimo stesso Pian d’Isola, che vuol dire “piano agricolo di proprietà del monastero dell’Isola (dei Figli di Manfredo)”. Il toponimo Col di Massa è, invece, d’origine germanico-langobarda, significando, Massa, ‘insieme di fondi agricoli coltivati attorno ad un casale od un castello’.
LA NATURA
Il Bosco doveva costituire una di quelle selve nelle quali l’abbazia di Sant’Andrea dell’Isola si riforniva di legna da ardere o da carbonizzare, un bosco pregiato, dunque, di cerro, orniello, carpino nero e quercia roverella, che giungeva sino a lambire la località agraria de La Garapella, dove, sino a qualche decennio fa, s’ergeva la quercia più imponente del Comune di Costacciaro, quercia rara, anzi unica (ma ignorata), anche sul piano della specie (Quercia di Dalechamps). Tale quercia, di un’altezza, stimata visivamente, sui 15/20 metri, misurava ben 3,70 metri (e 4,50 alla base, eccezionalmente ingrossata, del tronco) di circonferenza, mentre la sua età approssimativa doveva aggirarsi sui trecento anni d’età.
Di questo gran bosco non rimangono, oggi, che lembi di macchia relitta, come quella distesa immediatamente ad ovest del casale stesso e l’altra, cosiddetta “de Donato”, nella quale la presenza di “terre scopìne”, cioè acide, o sub-acide, ha permesso l’insediarsi d’una rara colonia di Erica da scope (Erica scoparia) ed il proliferare del fungo porcino (Boletus edulis), altrove, quasi ovunque, assai raro dalle nostre parti. Ai margini inferiori della Macchia de Donato e, segnatamente, lungo il Fosso Maetìno, vegetano, tuttora, piante rare, come la Quercia farnia (Quercus robur), la Mestolaccia (Alisma plantago-aquatica), il Lùppolo (Humulus lupulus), i “Lùperi”, nel dialetto locale, e, fino a non gran tempo fa, nelle acque del Maetìno viveva l’ormai scomparso Granchio di Fiume (Potamon fluviatile), il “Gràncio”, nelle parlate del luogo, mentre in quelle del vicino Torrente Rio e della cosiddetta Diga del Sor Vitòrio (dal nome del proprietario agricolo Signor Vittorio Fantozzi) sopravviveva l’ancor più raro Gambero di fiume (Austrapotamobius pallipes italicus), un crostaceo autoctono della penisola italiana. Conservati dalla perenne umidità che vi regna sovrana e ricelati dalle sue rigogliose verzure, nel bosco dell’antico casale sopravvivono ancora gli ormai rarefatti tritoni.
Fra le balze marnoso-arenacee che strapiombano, da sinistra e da destra, sul letto del Fiume Chiascio vanno, soprattutto, ricordate, per la loro spettacolarità ed il loro intrinseco interesse storico, La Ripa del Romano e La Balza de San Leo, la prima prendendo il nome da un personaggio citato sin dal Medioevo (Michael Romani di Costacciaro, menzionato in un documento del Castrum Filiorum Ugonis, datato 29 novembre 1485), la seconda da una fantomatica chiesetta dedicata a San Leo, che i contadini delle località rurali Bigello e Scassaiola volevano sorgesse proprio in cima all’altura così denominata. Le stratificazioni di roccia (chiamata, localmente, “pietra morta” o “pietra de Chiascio”), a straterelli sottili e refrattari al fuoco, della Balza de San Leo, furono pure importanti per ricavarne, nei secoli, da parte dei contadini “Badiòli”, cioè della Badia, ottimi testi per cucinare la nostra più sapida torta al testo o crescia contadina.
LA LEGGENDA
Secondo la tradizione orale popolare dei contadini del Chiascio di Costacciaro, tra il casale di Coltarduccio e quello di Fracassìno sarebbe sorto un enigmatico “convento de frati”. Il toponimo Coltarduccio, vuol dire, tradotto, “colle di proprietà di un tale Tardùccio o Taldùccio” (nome di persona d’origine medioevale), mentre Fracassìno potrebbe anche aver voluto significare “luogo dei monaci di Cassino”, cioè dei monaci cassinensi, i quali, come argutamente ipotizzò il rigoroso storico Monsignor Domenico Bartoletti di Sigillo, dovettero, per primi, abitare l’abbazia dell’Isola dei Figli di Manfredo. Sul colle di Fracassìno, ricco ancora di querce, sorgeva, poi, sino a non molto tempo fa, una croce di legno ed alle sue falde sudorientali sgorga, tuttora, una sorgentella d’acqua, la quale dovette favorire lo stanziamento umano nella zona.
“Un'antica tradizione popolare delle campagne di Costacciaro, probabilmente trasmessa, di bocca in bocca, da alcuni Badioli, vale a dire da taluni ex-agricoltori de La Badia, vuole che, in epoca imprecisata, dove, un tempo, s'ergeva il castello dell'Isola dei figli di Manfredo, o Castel dell’Isola, vi fosse un pozzo assai profondo. Interpretando quanto ha, poi, tramandato oralmente il defunto signor Alfredo Marini (meglio conosciuto come “Chillo de Fischietto”), questo pozzo doveva precisamente aprirsi all'interno del perimetro murario di quello, che era, in antico, il chiostro dell'abbazia avellanita di Sant'Andrea dell’Isola dei figli di Manfredo. Pare, tuttavia, che tale pozzo non fosse mai stato usato per attingere l'acqua, come quello, pure antico e bello, tuttora esistente in cima al colle, ma, che, viceversa, fosse, destinato, a mo' di trabocchetto, al tremendo “suplizio” di coloro i quali; macchiatisi di colpe assai gravi, vi venivano gettati per essere fisicamente eliminati. In fondo al pozzo dovevano, infatti, esservi ad attenderli una serie di numerose punte acuminate, destinate a trapassarne i corpi. A causa di questa sua macabra funzione, si sostiene che al pozzo fosse stato imposto il sinistro nome di “Pozzo de la Morte”. Tale leggenda, assai antica, potrebbe avere un fondo di verità, visto che il Castello dell’Isola dei figli di Manfredo, conserva, ancor oggi, l'accesso ad un misterioso cunicolo, scavato nel “breccione” in posto, forse interpretabile come una via di fuga, nel malaugurato caso che alcuni assedianti fossero riusciti ad espugnare il maniero. Tale passaggio segreto è, però, adesso, completamente impraticabile, mentre tutti gli edifici costituenti La Badia, risultando di proprietà privata, non sono assolutamente visitabili, se non dietro previa ed espressa autorizzazione dei legittimi possessori (da Euro Puletti, Tutti i segreti del “pozzo della morte”. In “Corriere dell’Umbria” del 20-11-2003, p. 37)”.
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